
CULTURA
21 marzo 2008
ci siamo trasferiti
è
primavera:
dal blog-rivista è nato il sito-rivista
www.fulminiesaette.it

arte
20 marzo 2008
pittura e poesia

Umit Inatci, Pittura, 2008, acrilico
su tela 90x90cm.
Ho attraversato
l’oscuritá
senza piedi, i
ginocchi in tasca.
Uccelli di
carbonio volavano
ortodossi,
tossici, invisibili.
| inviato da
fulmini il 20/3/2008 alle 7:7 | |

cinema
20 marzo 2008
EYES WIDE OPEN - 9 - Non è l’America (Ceci n’est pas l’Amérique!)
NB
L'articolo parla del film Non è un paese per vecchi rivelando dettagli sulla trama. Se vi piacciono le sorprese leggetelo solo dopo la visione del film.
Non è un paese per vecchi è piaciuto parecchio ai critici italiani, anche se dando un’occhiata alle recensioni non si capisce bene perché. Su una cosa però quasi tutti sono d’accordo, che è una critica all’American way of life. Questa cosa di solito fa godere il medio critico italiano che così si può consolare di vivere nel migliore dei mediocri mondi possibili. Non ho letto il libro da cui i Coen hanno tratto il film, ma una cosa la posso dire: di tutto si parla in questo film tranne che dell’America.
Si parla del mito, e dunque ci sono gli sceriffi e i cowboy, il killer malvagio come nei film di Leone. Ma appunto il mito del West è come il mito greco: mica riguarda solo l’America o la Grecia, riguarda tutti. Foscolo o Von Kleist potevano evocare figure della Grecia classica riadattandole alle loro poetiche come Leone poteva ambientare una tragedia greca nel West.
I Coen manovrano miti universali e ce li mostrano stanchi e consumati. Lo sceriffo vuole solo andare in pensione perché gli fa schifo tutto, il killer è un pazzo nevrotico e il protagonista è una specie di emarginato che si gioca la sua vita e quella della moglie per soldi (e anche lui dice di essere intenzionato ad andare in pensione con i soldi). Compare un Woody Harrelson sicuro di sé col cappello da cowboy e subito si fa ammazzare come un cretino. Le azioni violentissime dei protagonisti sono contrappuntate da dialoghi zeppi di banalità e luoghi comuni. Insomma il mito è rimasto in mutande, altro che western crepuscolare.
Non so se l’avete notato, ma il film si svolge su un confine. Quello fra Messico e USA certo, ma è in realtà ben altro confine, quello che una volta oltrepassato non consente alcun ritorno. Un confine che passa in un deserto costellato di corpi senza vita. A non essere un paese per vecchi non è l’America: i Coen hanno messo in scena un trionfo della morte, un viaggio oltre l'estrema frontiera.
Tralascio l’analisi di scene simboliche con fiumi e cani infernali, ma a un tratto Josh Brolin si ritrova a dover passare la frontiera senza vestiti, come in un rituale pagano. Una specie di guardiano infernale lo interroga al suo passaggio. Avendo saputo che è stato in Vietnam lo lascia passare. Il confine della morte si estende in tutte le direzioni, passa per l’Iraq, per il Tibet, per l’Europa, ammorba la condizione umana, inquieta i sogni dello sceriffo anche dopo la pensione. La morte che mettono in scena i Coen non è rassicurante, non è facile, non dà senso alle cose, è solitaria, casuale, e al tempo stesso obbligatoria, come un tiro di testa o croce. La morte non è l’America, è il destino stesso dell’uomo.
Fabio Benincasa

letteratura
19 marzo 2008
Profili - 7 - Uomini e lupi
Un farfallino a pois gialli sbatteva lo Shaker. Guardarsi intorno era accorgersi che lì non c’erano che uomini uomini e uomini lupi. Ai secondi non avrebbe mai potuto mescolarsi, possedeva occhi che non sapevano mentire e carni troppo fragili. Ai primi aveva timore di vedersi accomunare e non era per arroganza. Quelli erano sporchi di parole. Ogni loro pensiero ne era sporco, di parole; nel goffo tentativo di nascondersi. Pensava tra se: venditori di vento. Talmente pazienti e ostinati da stare dentro un racconto col testo giustificato. Da scordarsi di tutto ma non di quella falsa arroganza. Da incantare un occhio distratto. Diceva tra se: eppure non sono nulla di quello che appare. A volte sarebbe così facile mettere la fiche sul piatto e andare a coprire il gioco; traditi da una memoria non sempre attenta. In verità non gli sarebbe costato nulla chiamarla come voleva e lei era diventata Flaviana. Pensava solo che il suo nome era bello e che erano belli anche i suoi occhi. Non capiva tutta quella pena e quel gioco a nascondersi. Poi smise di pensarci. Lo vedeva che a tavola era una vera signora. Lo sapeva che a letto sarebbe stata semplicemente meravigliosamente porca; in qualsiasi modo avesse voluto essere chiamata. Infondo per lui farsi chiamare Giorgio era solo un semplice e leggero vezzo.
Mario DG

fotografia
18 marzo 2008
fotografie 422 - Fulmini, Domenica delle Palme, 16 marzo 2008
| inviato da
fulmini il 18/3/2008 alle 6:17 | |

CULTURA
17 marzo 2008
Diario della Sera - IL SUGGERITORE
FERRARA – Ristorante
‘La Provvidenza’, Corso Ercole d’Este, 9 (accanto al Palazzo
dei Diamanti, lungo un viale di pioppi)
www.laprovvidenza.com
Salama da sugo con purea e patate
FERRARA – Ristorante
‘L’oca giuliva’, via Boccacanale di Santo Stefano, 38/40
(accanto al Castello Estense, sotto un portico)
www.ristorantelocagiuliva.it
Cappellacci di zucca
FERRARA – Osteria
‘La Compagnia del Ripa’, Via Ripagrande, 21/B
www.sergiojacuvella.it
Tagliatelle con asparagi, speck, uova
FERRARA – Bar
‘Bar Royal’, Via Mazzini, 57 (a vista della Piazza della
Cattedrale)
Telefono: 0532 202024
Brioche con la crema
FERRARA – Panificio
‘La Bottega del Pane’ di Marco Musacci, Via Borgo dei Leoni,
55 (vicino al Palazzo Comunale)
Telefono: 0532 202565
Panetti con la rucola
FERRARA – Coltelleria
‘Coltelleria Dossi’, Via San Romano, 78 (nella zona del
Ghetto)
coltelleriadossi@libero.it
FERRARA – Bed & Breakfast
‘Ca D’Este’ di Camilli Antonella, Corso Ercole I D’Este, 146
(accanto al Tiro a Segno)
Telefono: 0532 201390 / Email: cadeste2003@libero.it
| inviato da
fulmini il 17/3/2008 alle 18:17 | |

fotografia
17 marzo 2008
I NOSTRI INVIATI - 64 - AlfaZita, Ferrara, 12 marzo 2008
| inviato da
fulmini il 17/3/2008 alle 7:9 | |

CULTURA
17 marzo 2008
TEMI MARIANI - 5 - Giulia II B
Tema
Scrivi una lettera aperta, anche spiritosa, ai genitori e agli insegnanti per far comprendere che i ragazzi vorrebbero più tempo libero.
Svolgimento
Carissimi professori, professoresse, papà e mamma,
questa lettera aperta è per voi, vi esporrò brevemente le ragioni per cui dovreste lasciarci un attimo di respiro (diamine, non siamo automi programmati per lavorare).
_Insegnanti_
Cari prof. Il C.S.I. (Consiglio studenti irritati) reputa che i compiti siano troppi e noiosi, si consigliano meno esercizi con uno svolgimento leggero e non troppo noioso.
Genitori:
Cari mamme e papà, il C.F.S (Consiglio figli stufi) le regole imposte dall'autorità genitoriale richiedono la pulizia giornaliera e precisa della stanza, questa regola è reputata inutile. La camera andrebbe
pulita solo in caso di ospiti in arrivo.
Insegnanti:
Il C.S.I. Non sopporta psicologicamente l'idea di uno standard scolastico valutativo talmente elevato e gradirebbe l'abbassamento del suddetto.
Genitori:
Il C.F.S. Gradirebbe l'appoggio dei genitori nella scelta delle amicizie, non le critiche. Vivete e lasciate vivere.
Insegnanti:
Le punizioni di classe sono inutili e andrebbero abolite per gli scarsi risultati, si consigliano gli aumenti delle gite del 70% minimo per soddisfare gli alunni.
Genitori:
Denaro, moneta, Euro, Dollari, Yen e Yuan: tanti modi per chiamare i soldi, così pochi nelle tasche degli under 18. I soldi sarebbero graditi a delle persone con la paghetta pari al salario di un lustrascarpe nel
tempo di magra, 10 Euro a settimana sarebbero il minimo.
Alla fine:
*
Compiti,troppi
*
Pulizie, inutili
*
Voti, deprimenti
*
Castighi inutili
*
Critiche stupide
*
Soldi mancanti
ci levano la libertà dell'adolescenza. Non vogliamo essere prigionieri delle parole, perchè il presente è adesso ma il futuro siamo noi!
_Genitori:_
Distinti saluti dal C.S.I., dal C.F.S. e da Giulia, l'avvocato di turno della Classe II B
(Scuola Media Statale ‘Caffaro’ del quartiere popolare di
Genova-Certosa /
Maria Ruggiero, professoressa di italiano, storia e geografia)
| inviato da
fulmini il 17/3/2008 alle 6:14 | |

letteratura
16 marzo 2008
l'haiku rimato della Domenica delle Palme
Palme contorte.
Gesú sceglie il tempo
della sua morte.
Fulmini
| inviato da
fulmini il 16/3/2008 alle 18:51 | |

fotografia
16 marzo 2008
I NOSTRI INVIATI - 63 - ioJulia, Varsavia, Z³ote Tarasy, 9 marzo 2008
| inviato da
fulmini il 16/3/2008 alle 8:54 | |

CULTURA
16 marzo 2008
La religione necessita della divinitá? (2)
Nel post n. 6 si è
ipotizzato che l’idea di divinità possa essere il residuo di un
pensiero preistorico, ne è stata giustificata la nascita, ma se ne è
messa in dubbio la persistenza.
Si è visto anche come la persistenza
dell’idea di divinità serva a focalizzare la mente su qualcosa,
risponde insomma ad una esigenza di concretezza.
Ma si è detto pure che il permanere della divinità nella religione sia funzionale al potere.
Ma basta questo per dire che la religione non ha bisogno della divinità?
Da
uomo della strada, che non ha l’ambizione di sviluppare un sistema di
pensiero, ma riflessioni oneste per se stesso, mi risulta comodo
ragionare caso per caso e solo poi, se ne sono capace, trarre delle
conclusioni generali (metodo induttivo).
Vediamo perciò di
immaginare delle situazioni per le quali la religione ipotizza
l’esistenza di dio e se questa esistenza sia giustificata oppure no.
Facciamo prima un elenco di queste situazioni (ed inviterei chi legge, se ne ha voglia, di suggerire elementi da aggiungere):
• vita ultraterrena
• dolore
• solitudine
• ingiustizia
• fondamento delle leggi
• validità dei principi morali
• ecc.
Come si vede sono tutte questioni che trovano un solido punto di ancoraggio una volta che si sia ammessa l’esistenza di dio.
Si
prenda, ad esempio, la questione delle ingiustizie e delle
sopraffazioni che gli innocenti ed i deboli subiscono in vita e per
riparare alle quali non c’è legge umana che tenga.
E si vada ora a
leggere quanto scrive a tal proposito papa Ratzinger nella recente
enciclica ‘Spe Salvi’: il pontefice non solo riesce a dare giustizia al
sopraffatto ed a punire il sopraffattore, ma allo stesso tempo riesce a
dispensare a quest’ultimo la clemenza ed il perdono divini senza che il
primo se ne possa avere a male.
Nella stessa enciclica viene
affrontato anche il problema delle ingiustizie commesse nei secoli
addietro, e non solo quelle presenti - alle quali il contemporaneo
potrebbe illudersi di riuscire a porre rimedio.
Insomma perdono e punizione del colpevole vengono comminati insieme e contemporaneamente si dá soddisfazione alla vittima.
E tutto questo avviene ad un livello così alto che non può non essere possibile.
Nel
caso specifico, se escludiamo dio ed allo stesso tempo accettiamo
l’idea di religione come strumento dell’intelletto per spiegare le cose
spirituali e più propriamente umane, ci rimangono due strade:
• rassegnazione
•
fare un salto anche noi, e porre questa problematica ad un livello
talmente alto che giustizia ed ingiustizia, sopruso ed impotenza
trovino una composizione.
Come si vede io non mi sogno di irridere la ‘Spe Salvi’ e la soluzione che ivi viene avanzata, no.
Rimango
anzi affascinato da quella costruzione, o quantomeno da quel tentativo
e, poiché rivendico la religione come patrimonio di tutti gli uomini,
credenti e non, credo che quel salto e quel livello siano non solo
possibili, ma che ci appartengano.
Perché parto da una domanda che ci accompagnerà sempre, anche se sotto traccia:
il
bisogno di trattare le problematiche umane su due livelli, uno comune a
tutte le specie viventi ed un altro nostro proprio (dove i vari aspetti
si compongono, armonizzano e trovano giustificazione) ha solo una
valenza illusoria o è indice che una soluzione esiste?
Petilino

musica
15 marzo 2008
BRICIOLE MUSICALI 65 – Ponchielli: Danza delle Ore

Inevitabilmente vi saranno già apparsi dinanzi agli occhi gli struzzi e gl’ippopotami danzanti di Walt Disney. Vorrei invece proporvi due altre chiavi di lettura di questa musica: 1) un quadro, un autore, una mostra; e 2) come siamo fatti noi.Ecco come lo stesso tema è stato trattato da un altro autore usando un’altra tecnica, la pittura. Gaetano Previati (1852-1920), La Danza delle Ore (1899) quadro che ha attirato molteplici critiche (“è troppo semplice e troppo poco nuovo….. il disegno delle figure ne è eccessivamente trascurato”) ma che piacque ad altri: “Il colore giunge a spogliare la materia e a restare pura vibrazione. Il segreto che rivela la commozione dell’artista sta nel metodo impiegato, tenendo divisi i pochi colori componenti e distendendoli sempre in tratteggi sottili, di forma circolare.” (Tumiati). Potete formarvi la vostra opinione su quest’interpretazione del nostro tema odierno recandovi alla mostra “Ottocento: da Canova al Quarto Stato” a Roma, Scuderie del Quirinale (sino al 10 giugno). Potrete ammirarvi un altro quadro del Previati, Maternità - per me un’interpretazione unica di questo soggetto. Oppure il Quarto Stato di Pellizza, Il Bacio di Hayez (dove le figure scompaiono e resta solo il protagonista, il Bacio), il Ghiacciaio di Longoni, il Napoleone Bonaparte di Appiani, i Pugilatori di Canova, La Preghiera del Mattino di Vela, i tetti di Roma (uscendo). Noi ci fermiamo qui, augurandoci che magari altri nostri collaboratori vi parlino di questa mostra - meglio di quanto non sappiamo fare noi.L’interpretazione di Ponchielli del nostro soggetto odierno sfrutta appieno quella che Bernstein chiama ‘l’attesa della ripetizione’ ma in modo diabolico. Ponchielli sceglie un tema minuscolo, esile, dichiaratamente banale. Le due note chiave del motivetto annunciano una chiusura inevitabile, secondo le regole dell’armonia. Il tema è annunciato subito, ma in modo incompleto; e l’esercizio è talmente semplice che siamo tutti capaci di completarlo da soli. Ed infatti lo completiamo mentalmente ed attendiamo l’inevitabile sviluppo. Come si passa dalla banalità alla bellezza? Sorprendendoci, ed obbligandoci ad attendere, il tema non si completa, la chiusura non arriva, Ponchielli ci riporta infinite volte indietro e ogni volta dopo quelle due note sembra non esserci più nulla, tutto si sospende. Attendiamo un’inesorabile conclusione che crediamo annunciata ma che non arriva mai. Solo quando abbiamo perso l’orientamento finalmente l’artefice chiude il tema, ciò che provoca un’inevitabile sensazione d’appagamento. Quindi il tema si ripete e si sviluppa nel modo più prevedibile possibile: siamo rassicurati – ma invece ci sta facendo abbassare la guardia. Su un passaggio ripetuto in modo ossessivo ed illogico entra in scena una tenue arpa: il suo suono dolce e sussurrato sembra rassicurante, invece è l’annuncio di un nuovo tema (i coccodrilli), di nuovo un tema incompleto che si chiuderà (ancora!) su due note, minacciose (i mantelli dei coccodrilli) finché (di colpo!) le briglie vengono sciolte alla danza finale, sempre più accelerata.Di Amilcare Ponchielli (1834-1886), dal terzo atto, scena sesta dell’opera La Gioconda, state ascoltando: La Danza delle Ore. Venises
| inviato da
fulmini il 15/3/2008 alle 22:22 | |

CULTURA
15 marzo 2008
Diario della Sera - 184 -
Massimo Gramellini (disonestá)
I critici che diffidano dei successi di massa sono stati
diffidati dal vicedirettore de ‘la Stampa’
Massimo Gramellini agitando e brandendo il fantasma di Carolina Invernizio,
“ripubblicata in questi giorni dalla snob Einaudi” e “rispettosa del pubblico
sino a sforzarsi di farsi comprendere”.
Massimo peró ha omesso i cognomi dei critici presenti,
preferendo parlare degli assenti e additarne uno per educarne cento:
“l’elitario Gramsci” – reo di aver definito “l’ultrapopolare” Carolina “onesta
gallina della letteratura italiana”.
Evidentemente Gramellini é troppo occupato a scrivere per
leggere, a scrivere di Gramsci per leggere i suoi Quaderni, ed esercitare da
buon lettore su se stesso la “lotta contro l’estemporaneitá e la genericitá dei
giudizi critici”.
Male per il suo pubblico, che si sforzerá invano di
comprendere l’ossimoro (‘elitario Gramsci’), e peggio per lui: l’ansia di
ultraspopolare sta gonfiando il disonesto galletto del giornalismo italiano
fino alle misure e alle movenze del pavone di Apollinaire:
Quando allarga la
ruota questo uccello
bellissimo a vedere
con le penne che
strascicano a terra
sembra ancora piú
bello
ma si scopre il sedere.
*
Luciano Canfora (esibizionismo)
Nella ricorrenza delle ‘idi di marzo’, giorno in cui – 2104
anni fa – fu ucciso Gaio Giulio Cesare, consiglio di leggere la piú saporita e
viva biografia di questo gigante della letteratura e della politica e della
guerra: Eberhard Horst, Cesare, Fabbri Editori.
Mentre scrivo mi torna in mente per associazione ossimorica la
peggiore biografia di Cesare: Luciano Canfora, Il dittatore democratico,
Laterza – accademica e inerte.
Questo Canfora, che il maestro suo testimoniava capace di
sporcare tutto quello che toccava, quest’uomo che non brilla di luce propria ma
fibrilla per riflettore puntato, non essendo stato invitato alla due giorni di
studio sul papiro/secondo libro della geografia di Artemidoro a Berlino,
soffrendo per un cosí lungo lasso di tempo la mancanza dell’occhio di bue, ha spedito ad alcuni
invitati e partecipanti al convegno internazionale in corso una email nella
quale ripete e grida anche in tedesco le sue spettacolari insinuazioni.
Il regime fascista lottava a tutti i costi per ‘un posto al
sole’, il sublime Canfora non puó farsi bastare di tanto in tanto un posto
all’ombra?
Fulmini
| inviato da
fulmini il 15/3/2008 alle 18:8 | |

musica
15 marzo 2008
La colonna sonora - 3. Dopo Paoli a Genova si canta in francese
Certo il modo di procedere non può ne vuole essere ordinato, ma solo suggerire alcune fonti, condividere emozioni; indurre e incuriosire e provocare. Si usa lo spazio e il posto per quello che è.
Anche in Italia si fa musica e a volte buona musica; alcuni esempi di quella che accompagnerà quegli anni sono più eurocentrici. Molta della nostra canzone d’autore si muove a Genova e dintorni e a Genova si guarda alla vicina Francia. E’ il mondo della canzone di coloro che sono anche autori dei propri versi, che anche quando parlano d’amore non lo fanno mai in modo banale.
Qui non si vuole negare il grande debito che la musica italiana ha con quelli dei primi anni ’60 dai nomi altisonanti come Gino Paoli, Sergio Endrigo, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Piero Ciampi, Fausto Amodei, Ivan Della Mea, etc. (senza trascurare il grande contributo de I Gufi) come ci viene spesso ricordato, ma rimandiamo un doveroso cenno almeno ad alcuni di questi nomi. Nella scelta abbiamo preferito partire da quello che si può definire come il caposcuola di una seconda generazione di autori-cantanti e proponiamo un piccolo gioiello del primo Fabrizio De Andrè e il suo originale di George Brassens (nomi entrambi su cui si dovrebbero spendere fiumi di parole) poiché le buone emozioni non hanno confini: Marcia nuziale (La marche nuptiale nella versione originale del 1956).
Fabrizio include la sua versione nel primo LP che incide nel 1967. Difficile dire qualcosa su Fabrizio De Andrè che non sia già stato detto. Un’amica, tra l’altro blogger e non solo, mi ha fatto osservare come i testi di Fabrizio possano essere semplicemente letti senza per questo perdere nulla del loro fascino e della loro poetica. E’ indubbio che Fabrizio risulti un “poeta” sensibile e, anche, un ottimo e attento costruttore di musica. In questo e il altri casi si limita ad un’ottima trasposizione; come farà in seguito anche con brani di Dylan e di Cohen.
Molti rifanno Fabrizio, tra questi un buon gruppo di amici. Per una serata di ottima musica (appunto di e su Fabrizio De Andrè) vi consiglio di prendere contatto attraverso il loro sito; non ve ne pentirete e me ne sarete grati: http://www.geocities.com/sanodimenteit/fabensemble.html oppure in questa pagina: http://www.myspace.com/fabensemble dove li potrete sicuramente anche sentire all’opera e vi entreranno in casa come un uragano.

Composizione grafica su foto di pubblico dominio di Mario DG
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Marcia nuziale |
La marche nuptiale |
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Matrimoni per amore, matrimoni per forza ne ho visti di ogni tipo, di gente d'ogni sorta di poveri straccioni e di grandi signori di pretesi notai e di falsi professori ma pure se vivrò fino alla fine del tempo io sempre serberò il ricordo contento delle povere nozze di mio padre e mia madre decisi a regolare il loro amore sull'altare. Fu su un carro da buoi se si vuole essere franchi tirato dagli amici e spinto dai parenti che andarono a sposarsi dopo un fidanzamento durato tanti anni da chiamarsi ormai d'argento. Cerimonia originale, strano tipo di festa, la folla ci guardava gli occhi fuori dalla testa eravamo osservati dalla gente civile che mai aveva visto matrimoni in quello stile. Ed ecco soffia il vento e si porta lontano il cappello che mio padre tormentava in una mano ecco cade la pioggia da un cielo mal disposto deciso ad impedire le nozze ad ogni costo. Ed io non scorderò mai la sposa in pianto cullava come un bimbo i suoi fiori di campo ed io per consolarla, io con la gola tesa suonavo la mia armonica come un organo da chiesa. Mostrando i pugni nudi gli amici tutti quanti gridarono "per Giove, le nozze vanno avanti" per la gente bagnata, per gli dei dispettosi le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi. |
Mariage d'amour, mariage d'argent J'ai vu se marier toutes sortes de gens Des gens de basse source et des grands de la terre Des prétendus coiffeurs, des soi-disant notaires Quand meme je vivrai jusqu'à la fin des temps Je garderais toujours le souvenir content Du jour de pauvre noce où mon père et ma mère S'allèrent épouser devant Monsieur le Maire C'est dans un char à bœufs, s'il faut parler bien franc Tiré par les amis, poussé par les parents Que les vieux amoureux firent leurs épousailles Après long temps d'amour, long temps de fiancailles Cortège nuptial hors de l'ordre courant La foule nous couvait d'un œil protubérant Nous étions contemplés par le monde futile Qui n'avait jamais vu de noces de ce style Voici le vent qui souffle emportant, crève-cœur Le chapeau de mon père et les enfants de chœur Voilà la pluie qui tombe en pesant bien ses gouttes Comme pour empecher la noc', coûte que coûte Je n'oublierai jamais la mariée en pleurs Bercant comme un' poupée son gros bouquet de fleurs Moi, pour la consoler, moi, de toute ma morgue Sur mon harmonica jouant les grandes orgues Tous les garcons d'honneur, montrant le poing aux nues Criaient: "Par Jupiter, la noce continue!" Par les homm's décriée, par les dieux contrariée La noce continue et Viv' la mariée! |

letteratura
14 marzo 2008
poesie su commissione - 21 -
Stanotte uccidevo e rubavo in bianco e nero
Facevo e sentivo tra la gola e il petto
L’umiliazione della vita
Continuamente impedita.
Finché seguendo la coda di un’altalena
Ho ritrovato dentro gli occhi
E nel mondo il colore
Del nuovo giorno pieno di stupore.
Per ridurmi a sua immagine e somiglianza
Senza confini e senza guide
M’incanta mi delude m’avvilisce mi sorride
Un adolescente Dio diviso
Tra il delirio di potenza
E l’entusiasmo della confidenza.
Fulmini
| inviato da
fulmini il 14/3/2008 alle 7:1 | |

fotografia
13 marzo 2008
fotografie - 421 - fratelli alberi (Roma - Isola Tiberina, 14 febbraio 2008)
| inviato da
fulmini il 13/3/2008 alle 7:0 | |

SCIENZA
12 marzo 2008
DIRITTO E ROVESCIO - 4 - Giuseppe, Esiste la pena di morte in Italia?
Il 27 della Costituzione, quarto comma, fino al 2007 così declamava: Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra. Essa era dunque circoscritta ad un àmbito ben ristretto, coincidente coi casi previsti dalle leggi militari.
Per quanto concerne le altre leggi, la pena di morte fu espunta dal Codice penale con decreto legislativo luogotenenziale 10 agosto 1944, n. 224, mentre con decreto legislativo 22 gennaio 1948, n. 21 le disposizioni del decreto legislativo luogotenenziale di cui sopra vennero estese ai delitti previsti dalle leggi speciali, diverse da quelle militari di guerra (art. 1).
Con queste due leggi dunque la pena di morte venne eliminata prima dal Codice penale, poi dalle leggi speciali (nel senso qui di leggi che prevedono reati al di fuori del Codice penale). Rimanevano le leggi militari di guerra, le quali ricollegavano la pena di morte a vari casi.
Le fattispecie più romantiche riguardavano colui che avesse aiutato il nemico (artt. 51 ss: si parla prima di “Aiuto al nemico” e poi, negli articoli successivi, di “Servizio di pilota o guida per il nemico”, di “Intelligenze o corrispondenza con il nemico”, di “Spionaggio militare”, etc.), non che Il comandante, che, senza giustificato motivo, abbandona o cede il comando durante il combattimento o in presenza del nemico (art. 94), ed eziandio il militare che, durante lo stato di guerra, commette per la terza volta il reato di diserzione (art. 147). In somma, la pena di morte aleggia sovrana, o inflitta per mano del nemico o dispensata da una mano solo teoricamente amica: la guerra, si sa, è una brutta cosa.
Curiosamente la pena di morte era stata immaginata anche come strumento di tutela della pace: per esempio essa andava a colpire il comandante reo di “Violazione della sospensione d'armi o dell'armistizio” (come si esprime la rubrica del 170), ed il prigioniero di guerra che, liberato sulla parola d'onore di non partecipare più oltre alle ostilità, riprende le armi contro lo Stato italiano o alcuno degli Stati suoi alleati (art. 208).
Già prima del 2007, comunque, la pena di morte era venuta a mancare per effetto della legge 13 ottobre 1994, n. 589: è una legge debbo dire molto simpatica, sia per l’intitolazione (“Abolizione della pena di morte nel codice penale militare di guerra”), una volta tanto pertinente al contenuto, sia per la struttura semplice.
Non sempre il legislatore scrive in cotal guisa.
Codesta legge consta in fatti del Preambolo (… il Presidente della Repubblica promulga la seguente legge…) e di due soli articoli. L’articolo 1 ci informa che Per i delitti previsti dal codice penale militare di guerra e dalle leggi militari di guerra, la pena di morte è abolita ed è sostituita dalla pena massima prevista dal codice penale: cioè l’ergastolo. L’articolo 2 in vece dispone la data dell’entrata in vigore della legge stessa, identificandola col giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (due mesi esatti prima di Natale). Con questa legge la pena di morte è dunque sparita anche dal Codice penale militare di guerra.
Ora, la teoria delle fonti c’insegna che le norme della Costituzione prevalgono sulle leggi ordinarie, sì che queste ultime non possono contra dirle. La legge ordinaria 589/1994 aveva eliminato la pena di morte anche dal Codice penale militare di guerra, ma forse sembrava che questa legge lasciasse il tempo che trovava, se si è ritenuto di modificare poi anche la Costituzione. Per farla breve, come la pena di morte era stata celermente eliminata con legge ordinaria, così la pena di morte poteva essere nuovamente ed altrettanto fulmineamente introdotta con legge ordinaria.
Adesso la Costituzione è stata modificata, con legge costituzionale 1/2007, nella prospettiva di una esclusione assoluta della pena di morte: qualora si volesse reintrodurla, occorrerebbe prima modificare la Costituzione – e ciò richiede un procedimento più gravoso di quello previsto per le leggi ordinarie – e poi emanare una nuova legge ordinaria.
Ma mentre era in vigore, come doveva essere applicata, in concreto, la pena di morte? “mediante la fucilazione”, recitava poeticamente il 21.1 c.p., mentre il 21.2, probabilmente inseguendo finalità di rieducazione, stabiliva che L’esecuzione non è pubblica, salvo che il Ministro della giustizia disponga altrimenti.
Come che sia, alla domanda di cui in esordio risponde molto più brevemente di quanto non sia capace di fare io il nuovo quarto comma dell’art. 27 della Costituzione, il quale, a seguito della recente modifica, è così formulato: Non è ammessa la pena di morte.
Ecco, così ora siamo al sicuro e possiamo pilotare o guidare il nemico, corrispondere con esso per favorirlo, disertare per la terza volta, etc.
Giuseppe
| inviato da
fulmini il 12/3/2008 alle 7:0 | |

SCIENZA
11 marzo 2008
IL LEGAME 22 - Leçons d'Éthique 1 /Lezioni di Etica 1
[Nous inaugurons, avec ce post, un bref cycle de leçons d'éthique – construit autour d’épisodes de la vie d'Albert Einstein et inspiré de ses oeuvres. Oeuvres que nous allons lire et dans les détails desquelles nous nous enfoncerons. Nous avertissons donc le lecteur que ce bref cycle suppose et demande une connaissance profonde et une possession calme des lois de la physique – comme il est évident qu'il soit et comme on doit s'y attendre, s’agissant de (présumées) leçons d'éthique.]
La forme du génie
Si le génie était une fractale, alors nous verrions sa lumière briller de manière complète dans le plus infime détail de son déploiement. Voici quelques gestes mineurs de la vie d’un jeune Albert Einstein: sa première conférence et sa thèse de maîtrise.
C’est en 1909: trois ans après cet annus mirabilis dans lequel il publia les trois (1) articles coupe-souffle (relativité restreinte, mouvement brownien et effet photoélectrique) Einstein est encore un employé au bureau des brevets de Zurich². Il reçoit l'invitation à participer à une importante conférence de physique: c'est la première fois pour lui, l'invitation est signée par deux grands chimistes, Wilhelm Ostwald (auquel Albert s'était adressé huit ans plus tôt en demandant un travail de recherche, sans obtenir de réponse) et Ernest Solvay. Einstein échange la lettre pour une des nombreuses communications bureaucratiques et il ne l'ouvre pas: la lettre finit dans la corbeille. Les deux grands savants lui envoient une deuxième invitation ; cette fois-ci, sans le savoir, c’est lui qui se fait implorer.
Sa communication à la conférence? Aucun des sujets pour lesquels il était devenu célèbre dans le monde scientifique (!) mais un bref, nouveau travail (« Notre conception de la radiation ») qui se conclue avec une petite formule³, celle-ci: E=mc².
Revenons en arrière, en 1905. Albert complète sa thèse de maîtrise en avril. Il est en train d'écrire un article après l'autre, il n'a pas de temps pour les bêtises: mais il doit tout de même passer sa maîtrise. Il présente la thèse de maîtrise à l'université le 20 juillet seulement. La thèse est trop courte, seulement 21 pages! L'université la rejette en lui demandant de l'étendre. Einstein ajoute une phrase, une seule, et la représente : c’est comme ça qu’il obtient sa maîtrise.
Venises
NOTES
1 en réalité en 1905, l’an dans lequel il passa sa maîtrise, Einstein publia 6 articles et non pas trois.
2 il obtiendra son premier poste de professeur à l'université de Zurich de manière rocambolesque seulement en juillet 1909.
3 en réalité cette formule est approximée, elle est dérivée en négligeant les termes d'ordre supérieur au quatrième, et elle avait déjà été ébauchée dans une des mémoires moins connues du 1905 ("L'inertie d'un corps dépend-elle de son contenu énergétique?").
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[Inauguriamo, con questo post, un breve ciclo di lezioni di etica – costruito intorno ad episodi della vita di Albert Einstein e ispirato alle sue opere. Opere che leggeremo e nei dettagli delle quali ci addentreremo. Avvertiamo pertanto il lettore che questo breve ciclo presuppone e richiede una profonda conoscenza e una calma padronanza delle leggi della fisica – com’è ovvio che sia e come c’è d’aspettarsi, trattandosi di (presunte) lezioni di etica.]
La forma del genio
Se il genio fosse un frattale, allora vedremmo la sua luce brillare in modo completo nel più minuto dettaglio del suo dispiegarsi. Eccovi alcuni gesti minori dalla vita giovanile di Albert Einstein: la sua prima conferenza e la sua tesi di laurea.
È il 1909: oltre tre anni dopo quell’annus mirabilis in cui pubblicò i suoi tre (1) articoli mozzafiato (relatività ristretta, moto browniano ed effetto fotoelettrico) Einstein è ancora un impiegato all’ufficio brevetti di Zurigo². Riceve l’invito a partecipare ad un’importantissima conferenza di fisica: è la prima volta per lui, l’invito è firmato da due grandi chimici, Wilhelm Ostwald (al quale Einstein si era rivolto otto anni prima chiedendo un lavoro di ricerca, senza ottenere risposta) e Ernest Solvay. Einstein scambia la lettera per una delle tante comunicazioni burocratiche, non l’apre: la lettera finisce nel cestino. I due grandi scienziati gli spediscono un secondo invito; stavolta, senza saperlo, è lui a farsi implorare.
La sua comunicazione alla conferenza? Nessuno dei temi per i quali era diventato famoso nel mondo scientifico (!) ma un breve, nuovo lavoro (“La nostra concezione della radiazione”) che si chiude con una formuletta³, questa: E=mc².
Torniamo indietro, al 1905. Albert completa la sua tesi di laurea in aprile. Sta scrivendo un articolo dopo l’altro, non ha tempo per le stupidaggini: ma deve pur sempre laurearsi. Presenta la tesi di laurea all’università soltanto il 20 luglio. La tesi è troppo corta, solo 21 pagine! L’università la respinge, chiedendogli di estenderla. Einstein aggiunge una frase, una sola, e la ripresenta: si laurea così.
Venises
NOTE
1 In realtà nel 1905, anno in cui si laureò, Einstein pubblicò 6 articoli, non 3.
2 otterrà la sua prima cattedra di professore all’Università di Zurigo in modo rocambolesco solo nel luglio del 1909.
3 In realtà questa formula è approssimata (è ricavata trascurando i termini d’ordine superiore al quarto) ed era già stata abbozzata in uno dei meno noti articoli del 1905 (“L’inerzia di un corpo dipende dal suo contenuto energetico?”).
Einstein
etica
scienza
tesi di laurea
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fulmini il 11/3/2008 alle 6:15 | |

musica
10 marzo 2008
BRICIOLE MUSICALI 64 - Dumanoir e il Minuetto
Guillaume Dumanoir, figlio di Guillaume Dumanoir, combatté la stessa battaglia del padre – nel bel mezzo della quale gli capitò di definire e codificare il minuetto.
Compositore e violinista, succedette al padre alla guida della Confraternita dei violinisti di Saint Julien. Come il padre, si scagliò contro la confraternita dei danzatori reali, ai quali cercò d’imporre, senza successo, di contribuire forzosamente alla confraternita dei violinisti di Saint Julien.
Si vendicò scrivendo il libello “Le mariage de la musique avec la dance, contenant la réponce au livre des treize prétendus Académistes, touchant ces deux arts” (1664). La sua musica da balletto piacque talmente a Louis XIV che questi lo nominò maestro di ballo.
In precedenza, Guillaume aveva ingaggiato una disputa giudiziaria contro Jean Baptiste Lully circa il privilegio d’addestrare musicisti per orchestra, causa che perse nel 1673.
Nel suo libro del 1664 contro i danzatori reali troviamo la prima menzione e codifica del minuetto, un nuovo ballo che diventerà di gran moda grazie alle opere di….. Lully!
Di Guillaume Dumanoir (1615 - 1697) ascoltate non un minuetto (ovviamente!) ma: "Pavane et Gaillarde pour la petite guaire"
Venises
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fulmini il 10/3/2008 alle 23:34 | |

fotografia
10 marzo 2008
fotografie - 420 - Palermo, Vuccirìa, 20 febbraio 2008
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fulmini il 10/3/2008 alle 8:15 | |
10 marzo 2008
LO STATO DEL MERIDIONE - 3 - Filippo Piccione, I numeri di Mafia+’Ndrangheta+Camorra
Il Contro-Stato del Meridione, Mafia+’Ndrangheta+Camorra, è forte di 18.200 uomini armati disposti a tutto.
Mafia: 5.500 affiliati. Ha struttura piramidale: famiglie, mandamenti, “cupola” o commissione. Le famiglie, suddivise in gruppi di dieci, dette decine, sono comandate da un capo decima e sono formate in media da cinquanta affiliati. Il mandamento è costituito da tre famiglie, i cui capi si riuniscono in una commissione provinciale. Un affiliato ogni 903 abitanti.
‘Ndrangheta: 6.000 affiliati, suddivisi in clan: 73 a Reggio Calabria, 21 a Catanzaro, 17 a Cosenza, 7 a Vibo Valenzia, 13 a Crotone. Un affiliato ogni 345 abitanti.
Camorra: 6.700 affiliati - 75 clan operano soltanto a Napoli. Un camorrista ogni 840 abitanti.
Questo esercito degli uomini del disonore, diversamente organizzato sul territorio, muove un giro d’affari annuo di 93 miliardi di euro, così distribuito: 30 miliardi Mafia, 35 ‘Ndrangheta, 28 Camorra. L’ultimo Rapporto di Sos Impresa “Le mani della criminalità sulle imprese” ci dice che la Mafia+’Ndrangheta+Camorra S.p.a si conferma la prima azienda italiana con un fatturato pari al 6% del Prodotto interno lordo.
I tipi di attività proprie di queste grandi organizzazioni criminali sono:
Estorsioni (10 miliardi di euro).
E’ il tipico reato dell’attività predatoria criminale organizzata. Esso è finalizzato a sostenere le famiglie, i clan, le ‘ndrine, lo stipendio ai “carusi”, l’assistenza ai carcerati, il pagamento degli avvocati. Il “pizzo” garantisce la quotidianità della struttura malavitosa, accresce il suo dominio e il prestigio dei clan, controlla e misura il tasso di omertà di una zona, di un quartiere, di una comunità. In questo senso la mafia si fa Stato. I 160.000 commercianti colpiti dal racket, subiscono costi per un ammontare di 6 miliardi di euro.
Le forme estorsive classiche sono:
- il pagamento concordato: si paga una tantum all’ingresso e si pattuiscono rate mensili o settimanali, rapportate al giro d’affari dell’impresa, piccola, media o grande, grandi o piccoli alberghi, negozi di lusso o botteghe di modeste dimensioni, cantieri, studi professionali. Nel settore dell’edilizia viene pagato una quota a vano costruito; negli appalti pubblici il “pizzo” varia a seconda dell’importo complessivo dell’aggiudicazione (in media 2-3%);
- contributo “all’organizzazione” : periodicamente si presentano due o tre persone chiedendo ai titolari dell’azienda o del negozio contributi per le varie ricorrenze o a sostegno di iniziative sportive o l’acquisto di alcuni beni.
- dazioni in natura: bar o ristoranti tenuti a organizzare gratuitamente cerimonie (battesimi, nozze o compleanni) per i familiari dei mafiosi.
Usura (30 miliardi di euro).
Si tratta di un fenomeno sociale diffuso. Alla fine del 2006 l’indebitamento delle famiglie ha raggiunto, secondo Bankitalia, i 350,2 miliardi di euro. Oggi questa somma è gestita da Mafia+’Ndrangheta+Camorra per il 36% e tende a crescere vistosamente. Nell’ultima relazione DIA si legge che “l’usura è esercitata da singoli soggetti professionali e della criminalità organizzata, costituendo lo strumento di penetrazione nel tessuto economico e l’opportunità per giungere a controllare piccole e medie imprese”. Si stima che il numero dei commercianti coinvolti in rapporti usurari è di circa 150.000 di cui un terzo s’indebita con la Mafia+’Ndrangheta+Camorra. Gli interessi sul capitale raggiungono e oltrepassano il 10% al mese.
La presenza massiccia della Mafia+’Ndrangheta+Camorra non si limita al solo aspetto predatorio. Essa tocca e si estende su ogni relazione economica e commerciale e su tutto il territorio nazionale. Se il racket è la quotidianità che garantisce la sopravvivenza dell’organizzazione, l’attività d’impresa rappresenta l’investimento per il futuro. I criminali organizzati si avvalgono di prestanomi o società di comodo per inserirsi in attività produttive ed imprenditoriali altamente remunerative.I settori più appetibili e strategici su cui agisce la Mafia+’Ndrangheta+Camorra sono: l’edilizia, lo smaltimento e la gestione dei rifiuti, l’autotrasporto, le risorse idriche.
Per quanto riguarda i comparti agricolo, ittico e delle carni, la cosiddetta agromafia, cioè i segmenti meno industrializzati, le organizzazioni mafiose sono in grado di condizionare tutta la filiera che va dalla produzione all’arrivo delle merci nei porti, dai mercati all’ingrosso alla grande distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione. In quasi tutti i passaggi, la Mafia+’Ndrangheta+Camorra agisce alterando la libera concorrenza, la formazione dei prezzi, la qualità dei prodotti, il mercato del lavoro.
Passiamo in rassegna altri introiti provenienti dalle attività di Mafia+’Ndrangheta+Camorra.
Furti e rapine (7 miliardi), truffe (4,6 miliardi), contraffazione, cybercrime - pirateria informatica, audiovisiva, musicale - e contrabbando (9,6 miliardi), abusivismo (13 miliardi), agromafia (7,5 miliardi), controllo degli appalti e delle forniture (6,5 miliardi), giochi e scommesse (2,5 miliardi).
Cresce il condizionamento esercitato delle organizzazioni criminali Mafia+’Ndrangheta+Camorra nel tessuto economico del Paese. I settori di maggiore interesse sono: commercio e turismo; industria del divertimento, ristorazione veloce, super mercati; autosaloni, moda e attività sportive, i comparti dell’intermediazione e delle forniture di beni e servizi.
La cosiddetta area della collusione partecipata che investe la grande impresa italiana, impegnata nei grandi lavori e nelle opere pubbliche, si estende e si ramifica a macchia d’olio. La grande impresa preferisce venire a patti con la Mafia+’Ndrangheta+Camorra piuttosto che denunciarne i ricatti. L’allarme di Confindustria, culminato con l’espulsione dei soci collusi con la Mafia specialmente in Sicilia, non ha nessun tipo di conseguenze nei confronti di queste grandi imprese. Si tratta di società quotate in borsa, con sedi a Milano e a Torino e i cui amministratori delegati non hanno rapporti diretti con i criminali organizzati e, oltre tutto, sono in grado di avere relazioni personali e istituzionali che possono garantire loro la più ampia sicurezza.
Filippo Piccione

letteratura
9 marzo 2008
haiku rimati - 67 -
Notturno. Grida
la donna il ragazzo
cede il turno.
Fulmini
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fulmini il 9/3/2008 alle 7:0 | |

fotografia
8 marzo 2008
419 - Omaggio alle donne nell'occasione della loro Festa (Roma, Largo di Torre Argentina, 2 marzo 2008)
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fulmini il 8/3/2008 alle 7:30 | |

fotografia
7 marzo 2008
I NOSTRI INVIATI - 62 - Khùtspe, Genova, inverno 2008
| inviato da
fulmini il 7/3/2008 alle 10:34 | |

letteratura
7 marzo 2008
AGATHOTOPIA - 11 - L'occasione di Ciccio
Era un muratore siciliano, piccolo un po' grassoccio, avrà avuto quarant'anni. Era venuto a Genova con la speranza di una vita migliore e di poter mandare qualche soldo ai genitori che erano rimasti al paese, non era sposato.
Allora il lavoro non mancava e aveva pensato di fare “salire” anche loro.
Poi improvvisamente la crisi, non se lo aspettava, perse il lavoro. Si arrangiava con piccoli lavoretti in giro, rifare un pavimento, intonacare una parete. Non andava bene.
L'ho incontrato un giorno in un carruggio, era contento, era arrivata la sua occasione, aveva conosciuto un geometra, c'era la possibilità di guadagnare molto in Olanda, c'era solo bisogno di un po' di soldi per entrare in società e lui aveva trovato chi gli aveva fatto un prestito, sarebbe partito presto.
Avrà avuto quarant'anni Ciccio quando lo trovarono impiccato in casa. Dicevano che era ricorso agli usurai e che il suo socio era sparito con i soldi.
Un viaggiatore
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fulmini il 7/3/2008 alle 9:25 | |

fotografia
6 marzo 2008
418 - Palermo - Piazza San Domenico, 20 febbraio 2008
| inviato da
fulmini il 6/3/2008 alle 8:29 | |

CULTURA
6 marzo 2008
pensieri spettinati - 89 -
Un giorno (o una notte, o forse mai) metteró in scena 'Edipo Tiranno' di Sofocle secondo l'idea che mi sono fatto di questo dramma in tre decenni di pensamento e tre anni di progetto. Intanto, ripubblico qui il 'fulmine' che ho lanciato dalle pagine del settimanale culturale de 'il manifesto' - su cui tengo una rubrica - il primo marzo di quest'anno: per sapere cosa ne pensate, cosa ne pensi.
Freud, Sofocle, Edipo e tu
Una giovane docente universitaria mi racconta di aver domandato ai propri studenti se conoscessero Sofocle, e di essersi sentita rispondere in coro: “Sì, certo, è l’inventore del complesso di Edipo.” Sorridiamo, lei di testa - deliziosamente scandalizzata - io di cuore. Ieri. Oggi, a mente fredda, sono arrabbiato. Non con quegli studenti, e neppure con i loro professori di liceo. Sono arrabbiato con Freud.
E’ lui che ha definito questo famoso complesso, questa “struttura primaria, fondamentale, universale della organizzazione psichica e delle relazioni interpersonali” (Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia), che spinge l’essere umano a desiderare la morte del genitore dello stesso sesso e la carne del genitore di sesso opposto. E siccome questo ‘complesso’ Freud ha creduto di riconoscerlo come tema centrale dell’Edipo Tiranno di Sofocle, l’ha denominato appunto ‘complesso di Edipo’.
Ma cosí facendo (ecco la ragione fredda dell’arrabbiatura) Freud ha confuso gli esseri umani in generale, e gli intellettuali di professione in particolare. Perché cosí facendo ha velato l’autentico tema centrale dell’opera di Sofocle, il senso iscritto nelle sue strutture e che rende pienamente intelligibile il suo ordinamento drammatico e interamente decifrabile il suo testo. Questo tema non é la tragedia del parricidio e dell’incesto, bensí la tragedia della contraddizione tra amore della conoscenza e amore del potere.
Edipo - vuol dire e dice Sofocle - e in generale gli esseri umani, e in special modo gli intellettuali di professione, vivono la contraddizione tragica tra il voler conquistare (e mantenere) il potere e il voler conquistare (e rinnovare) la conoscenza. Ma questi due voleri, questi due desideri, questi due amori sono radicalmente incompatibili e reciprocamente escludenti: la realizzazione dell’uno comporta la perdita dell’altro.
Il tremendo responso oracolare che impronta tutta la vita di Edipo, minaccia la sua nascita, appende a un filo la sua infanzia, sconvolge la sua giovinezza, distrugge la sua maturitá: “ amerai tua madre e ucciderai tuo padre” significa ‘amerai la conoscenza (la terra, la veritá - “tua madre”) e conquisterai il potere (strappandolo a “tuo padre”)’.
Infatti. Edipo tiranno di Tebe (“tiranno”, dunque intellettuale di professione = che conquista il potere attraverso la conoscenza) per mantenere il potere vuole conoscere la veritá. Vuole potere e vuole conoscere. “A tutti i costi” – proclama. Ma ogni volta che la veritá fa capolino Edipo si vela gli occhi e grida al complotto. Dileggia Tiresia (“io credo che quel delitto lo hai ideato e perpetrato tu”), accusa Creonte (“pensavi che non mi sarei accorto di questo tuo complotto strisciante?”) – che gli svelano spietatamente lo stato delle cose, e d’altro canto inveisce contro Giocasta (“mi hai seccato da un pezzo con i tuoi buoni consigli”) che lo stato delle cose gli vuole amorevolmente velare. La conoscenza distrugge il potere. Il potere teme la conoscenza. Non si puó amare il potere ed esercitarlo e amare la conoscenza e inseguirla.
E’ questa la questione filosofica e politica che Sofocle pone – specialmente agli intellettuali di professione. I loro singolari rapporti con papá e mammá restano, nonostante Freud, una “questione privata”.
Fulmini

musica
5 marzo 2008
BRICIOLE MUSICALI 63 – Biber: Sarabanda
In musica la sarabanda è una danza in tempo ternario con la caratteristica che i secondi e terzi accenti della battuta sono spesso legati, così da produrre un ritmo particolare di semiminime e minime alternate. Le semiminime sono ritenute corrispondere ai passi trascinati nella danza.
Il nome appare per la prima volta in America Centrale: nel 1539, una danza denominata Zarabanda è menzionata in un poema scritto a Panama da Fernando Guzmán Mexía. Probabilmente la danza divenne popolare nelle colonie spagnole, prima di attraversare l'Atlantico e raggiungere la Spagna. Nonostante venisse bandita dalla Spagna nel 1583 perché ritenuta oscena, essa venne frequentemente citata nella letteratura del periodo (per esempio nelle opere di Miguel de Cervantes e Lope de Vega).
Più tardi essa divenne un movimento tipico della Suite barocca. Tutte e sei le suite per violoncello solo di Johann Sebastian Bach contengono una sarabanda.
Oggi vi offriamo una piccola collezione di sarabande di Franz Ignaz von Biber tratte dalla sua ‘Mensa Sonora’. Dapprima dalla Mensa Sonora I in D major, poi dalla MS II in F major ed infine dalla MS IV in B flat major.
Venises
| inviato da
fulmini il 5/3/2008 alle 23:5 | |

CULTURA
5 marzo 2008
Diario della Sera - 183 - I SUGGERITORI
Ferrara, o cara
AlfaZita vuol fare la festa a Fulmini (nell'occasione del di lui sessantesimo compleanno) con un viaggio a Ferrara, la settimana prossima.
Coloro che sanno consigliare loro un hotel e un ristorante francescani e simpatici, parlino ora o tacciano per sempre.
Grazie stragrazie.
Fulmini
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fulmini il 5/3/2008 alle 17:56 | |

fotografia
5 marzo 2008
fotografie - 417 - Fulmini, Roma - Palazzo dei Congressi, 5 maggio 2007 (costituzione del movimento della 'Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo')
| inviato da
fulmini il 5/3/2008 alle 7:50 | |